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Concerto Mariotti 20.02.2019

Scritto tra il 1886 e il 1887, in memoria del padre, il Requiem di Fauré fu eseguito per la prima volta alla Madeleine, nel 1888, dopo la morte anche della madre di Fauré e rimase l’unica opera di vaste dimensioni e con l’intervento dell’orchestra scritta dal compositore francese per la chiesa. Il Requiem si distacca notevolmente dalle altre composizioni romantiche del genere: colpisce in primo luogo la mancanza del Dies irae, del quale invece sia Berlioz sia Verdi avevano fatto il centro di un vero e proprio dramma religioso. In esso prevale un sentimento di rassegnazione e di abbandono e, corne ha scritto un critico inglese, «Fauré ha centrato il suo Requiem sull’idea dell’eterno riposo. Il suo lavoro comincia e finisce con la parola requiem, che è d’altronde messa nel massimo rilievo ogni volta che ricorre nel testo. Sembra che Fauré abbia scelto i brani della liturgia da musicare con il proposito di sottolineare quest’idea, visto che non solo cinque dei sette numeri contengono la parola requiem, ma che in uno di essi (il Pie Jesu che sta al posto del Benedictus) la parola sempiternam è ad essa aggiunta senza l’appoggio della liturgia». Decisamente lirico è del resto tutto il Requiem, di un lirismo sommesso e ìntimo, che rifugge da violenti di contrasti ma è animato da una profonda melanconia, la solitudine amara di chi ha preso coscienza della sconsolata impotenza dell’uomo e ne esprime una dolente, equilibrata accettazione. «Né devoto né scettico» si definiva lo stesso Fauré: in questo suo atteggiamento, così lontano dalle passioni e dalle ribellioni prepotenti, e perciò ricche di fede e di forza, dei musicisti romantici, sta la chiave della modernità, meglio dell’attualità della sua musica.

 

La Sinfonia n. 2 , iniziata nell’estate 1872, fu portata a termine da Tchaikovsky al principio dell’anno successivo ed eseguita per la prima volta con grande successo a Mosca il 26 gennaio1873 sotto la direzione di N. Rubinstein. Il sottotitolo “Piccola Russia” è giustificato dai ricchi riferimenti a canti popolari russi di cui è permeata;  nel primo movimento la citazione della canzone popolare Lungo la Madre Volga, il secondo tempo costruito sul contrasto fra un tema di marcia nuziale (Fila, o mia filatrice), ricavato da un frammento dell’opera Undine e in particolare nell’ultimo movimento in cui è citato il tema della canzone popolare ucraina La gru, carico di un brioso ritmo danzante. Fu accolta con parole lusinghiere non solo da Rubinstein, ma da Balakirev e dal critico e musicologo Vladimir Stasov, favorevoli all’estetica del “Gruppo dei cinque”. Anzi, Stasov consigliò a Cajkovskij di scrivere dei pezzi sinfonici sui seguenti testi: La tempesta di Shakespeare, Ivanhoe di Walter Scott e Taras Bulba di Gogol; il musicista compose un’ouverture-fantasia solo sul primo argomento, affiancandola ad altri lavori del genere come Romeo e Giulietta (1869-1880), Francesca da Rimini (1876), Manfred (1885) e Amleto(1888). Il pubblico sin dal primo momento ha subito il fascino della musica di questo tormentato e infelice compositore di stampo romantico ed è stato conquistato dalla qualità della modellatura melodica, suadente e penetrante, che caratterizza l’intera produzione artistica del musicista. La critica, al contrario, ha mostrato spesso diffidenza nei confronti di questo autore, ritenuto troppo sentimentale e di gusto salottiero, e soprattutto piuttosto eclettico e poco disciplinato dal punto di vista della forma musicale, intesa secondo i criteri classici.