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concerto del 20 maggio 2018

I Quattro Pezzi Sacri per coro e orchestra di Giuseppe Verdi vennero pubblicati da Ricordi nel 1898, pochi anni prima della morte del compositore nel 1901. In un primo momento non vennero destinati alla diffusione, ma per volere dello stesso Verdi, gli ultimi tre, vale a dire le Laudi alla Vergine Maria, il Te Deum e lo Stabat Mater videro una prima esecuzione pubblica a Parigi e poi furono pubblicati con il titolo di Tre pezzi sacri, in quanto l’Ave Maria fu aggiunta successivamente. Verdi non presenzia alla prima esibizione: due anni prima era infatti morta la moglie Giuseppina Strepponi e l’ormai vecchio Maestro di Busseto non si sentiva in grado di affrontare il viaggio e la fatica dell’esecuzione e della direzione. Sarà Arrigo Boito che si curerà infatti della preparazione del concerto. Tuttora l’ubicazione dell’autografo dei Quattro Pezzi Sacri è ancora sconosciuta.

La Sinfonia n. 7 in la maggiore Op. 92 composta da Ludwig van Beethoven fra il 1811 e 1812, a distanza di tre anni dalla Sinfonia n. 6 “Pastorale”, fu iniziata a Teplitz, una città termale in Boemia dove Beethoven seguiva una cura sperando di recuperare il suo udito.

Fu eseguita per la prima volta oltre un anno e mezzo dopo il suo compimento  in un concerto all’Università di Vienna organizzato da Malzel (l’inventore del metronomo e di cento altri congegni d’orologeria musicale e affini) a beneficio dei soldati austriaci e bavaresi feriti alla recente battaglia di Hanau.

Ma il pezzo forte di quel concerto non fu la Settima bensì un pezzo “militare” in due parti composto da Beethoven in ottobre per celebrare il trionfo di Wellington sull’esercito francese in Spagna, presso la città di Vitoria, intitolato La Vittoria di Wellington. Della partitura di questo pezzo facevano naturalmente parte ordigni fabbricati da Malzel, che imitavano le cannonate. Importanti musicisti di Vienna parteciparono alla sua esecuzione: ai “cannoni” erano Salieri (che conosciamo come uno degl’insegnanti di Beethoven) e il pianista-compositore Kummel, alla grancassa era il giovane Meyerbeer, primo violino era Schuppanzigh, e fra gli altri violini era Spohr, compositore assai ragguardevole e futuro direttore d’orchestra di primissimo ordine. Il successo fu strepitoso: con nessun’altra delle sue partiture Beethoven ottenne in vita tanti applausi. Tuttavia anche la Settima Sinfonia, che lo concludeva, fu ammirata.

Soprattutto nel suo secondo movimento, quell’Allegretto che oggi è da tutti considerato come una delle più stupende creazioni di tutta la musica e che fu immediatamente compreso e portato alle stelle; se ne dovette infatti dare il bis come poi tornò ad accadere per molti anni quasi dovunque la Settima fosse eseguita.

Quanto alla sinfonia nella sua integrità, incontrò, come le altre, qualche opposizione nei particolari, ma il suo successo complessivo è indubitato e tra l’altro attestato dal fatto che nel 1816 se ne pubblicarono, insieme con la partitura, ben sei trascrizioni diverse (per banda, per quintetto, per trio, per pianoforte a quattro mani, per due pianoforti, per pianoforte solo).

Richard Wagner così descrisse questa sinfonia: «La sinfonia è l’apoteosi della danza: è la danza nella sua suprema essenza, la più beata attuazione del movimento del corpo quasi idealmente concentrato nei suoni. Beethoven nelle sue opere ha portato nella musica il corpo, attuando la fusione tra corpo e mente.»

Con la Settima Sinfonia in la maggiore è l’idea di armonia, di «gioia», che conquista Beethoven. Dopo gli impeti bellicosi della Quinta l’uomo pare raggiungere una nuova compiuta consapevolezza nei riguardi dell’universo, quasi una presa di coscienza nel senso di una rinnovata e ideale sintonia di fronte alle sue leggi eterne.